Un viaggio attraverso le eccellenze vinicole italiane. Selezioniamo solo produttori che rispettano la terra e la tradizione.

'A Vita — « la vite » in dialetto calabrese — è la cantina di Francesco De Franco e Laura a Cirò Marina. Dal 2008, otto ettari in biologico sullo Jonio e i vitigni autoctoni del Cirò (Gaglioppo in testa) vinificati con lieviti indigeni, acciaio e poca solforosa.

Angelo Negro è una delle famiglie più antiche del Roero: un estratto catastale del Comune di Monteu Roero attesta che già nel 1670 un Giovanni Dominico Negro coltivava viti nella stessa zona dell'attuale podere Perdaudin, oggi vigneto bandiera della casa. L'azienda contemporanea nasce a inizio Novecento intorno al capostipite Angelin e si afferma negli anni Ottanta grazie alla scelta netta di lavorare solo vitigni autoctoni piemontesi vinificati con metodi tradizionali. Oggi è condotta da Giovanni Negro con la moglie Maria Elisa e i quattro figli Gabriele, Angelo, Emanuela e Giuseppe. La cantina può contare su quasi 70 ettari distribuiti su quattro tenute — Cascina Perdaudin a Monteu Roero, Cascina San Vittore a Canale, Cascina Basarin a Neive e Cascina Baudana a Serralunga d'Alba — che le permettono di presidiare simultaneamente le tre denominazioni grandi del Nebbiolo piemontese: Roero, Barbaresco e Barolo. Il cuore identitario resta però il Roero, dove i suoli sabbioso-calcarei ricchi di conchiglie fossili marine danno vini di mineralità salina e tannino sottile, distinti dalle Langhe argillose. Tra le etichette più riconosciute, il Perdaudin Roero Arneis Riserva DOCG, il Sudisfà Roero Riserva (Tre Bicchieri Gambero Rosso per undici anni consecutivi), il Ciabot San Giorgio (Tre Bicchieri 2025) e il Sette Anni Riserva (Falstaff Trophy Piemonte Bianco 2025).

L'Azienda Agricola Gatto Pierfrancesco e una realta familiare di Castagnole Monferrato, nel cuore del Monferrato astigiano, con radici che affondano nella fine dell'Ottocento, quando il capostipite Giacomo inizio a vinificare le prime uve Barbera. Nel 1928 arrivo il Regio Diploma di Medaglia d'Oro per la qualita dei vini, riconoscimento che la famiglia porta ancora con orgoglio. Da allora si sono succedute tre generazioni lungo l'intera filiera, dalla vigna alla vendita. Dal 1993 la guida e di Pierfrancesco Gatto, che ha scelto di puntare con decisione sui vitigni storici del Piemonte: Barbera e Grignolino in primo luogo, e soprattutto il Ruche, vitigno aromatico a bacca rossa che la tradizione vuole importato dai monaci cistercensi dalla Borgogna. Pierfrancesco ha acquistato e impiantato circa dodici ettari di Ruche sui versanti migliori tra Castagnole e Montemagno, contribuendo al rilancio di una delle DOCG piu piccole e identitarie del Piemonte. I vigneti si estendono tra Castagnole Monferrato, Montemagno Monferrato e Viarigi, su colline note fin dal Medioevo per la viticoltura, dove un clima mai estremo accompagna una maturazione lenta e regolare. In cantina la filosofia e quella del minimo intervento, perche il vino resti lo specchio piu fedele del suo terroir. La gamma comprende Ruche di Castagnole Monferrato DOCG (Caresana e la Riserva San Vittore), Barbera d'Asti e del Monferrato, Grignolino d'Asti, Piemonte Viognier, spumanti rose da Pinot Nero e i blend Monferrato Rosso.

L'Azienda Agricola Pazzi Gabriele nasce nel 1950 a Tolena, una località ai piedi di Castellina in Chianti, quando Marcello Pazzi vi arriva a tredici anni dalle Marche con la famiglia. Dopo i primi anni in mezzadria, i Pazzi comprano il podere dove oggi vivono il figlio Gabriele e il nipote Danilo. La cantina è un caso scuola di scala minima: tre ettari di vigneto, conduzione interamente familiare, indipendenza assoluta in vigna e in cantina. Gabriele cura personalmente ogni operazione; Danilo, laureato a Firenze in Viticoltura ed Enologia dopo l'Istituto Agrario di Siena, nel 2020 convince il padre a destinare le uve migliori alla prima bottiglia di famiglia — un Chianti Classico DOCG di pura Sangiovese da vigneti di tredici-ventidue anni a trecento metri di altitudine su argille calcaree plioceniche. Le scelte enologiche sono coerenti con la filosofia: fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, vinificazione e affinamento esclusivamente in vasche di cemento, nessun legno, nessun additivo invasivo. L'obiettivo dichiarato è assecondare il naturale ciclo vegetativo delle piante senza influenzarlo. L'etichetta — Casa Pazzi con la porta blu sopra ai vigneti — è la sintesi visiva di tre generazioni di lavoro silenzioso.

Piccola azienda familiare del Collio goriziano, a Giasbana di San Floriano del Collio, a un passo dal confine sloveno. Fondata nel 1968 dai fratelli Giuseppe e Armando Skok e condotta dal 1991 dai figli Edi e Orietta, coltiva circa 11 ettari sulla ponca eocenica (5.500 piante/ettaro, Guyot e Cappuccina) per cinque varieta e sette etichette, tutte Collio DOC.

Il motto storico delle Cantine Balbiano è "nuove tecnologie nel rispetto e al servizio della tradizione". Una posizione concreta, non uno slogan: cascina ottocentesca ristrutturata che oggi ospita una cantina con vasche in acciaio inox termocontrollate, micro-ossigenatori, filtri di precisione. Il legno è usato con misura, solo dove serve davvero — come per il Barbarossa o il Vigna della Regina (sei mesi in tonneaux, poi cemento). La filosofia è cristallizzata sul Freisa, vitigno-bandiera della Collina Torinese: tre generazioni concentrate su un'unica famiglia di vini, dal frizzante quotidiano al cru. Francesco Balbiano è stato presidente del Consorzio di Tutela DOC Freisa di Chieri, e ha guidato la collaborazione scientifica con la Facoltà di Agraria dell'Università di Torino. L'altra dimensione è la memoria: Franco ha fondato i Musei Balbiano (oltre 2.000 oggetti contadini + giocattolo antico). La cantina come archivio vivente del territorio.
Bepin De Eto è il soprannome dialettale di Giuseppe Ceschin, padre di Ettore: "Giuseppe del Nicoletto", il nonno capostipite. Un nomignolo di famiglia che Ettore, fondatore nel 1965, ha portato in etichetta — oggi proseguito dalle tre figlie, quinta generazione al lavoro. La sede è a Borgo Colle di San Pietro di Feletto, nel cuore del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, area Patrimonio UNESCO. Sotto lo stesso tetto convivono due anime spesso scollegate nella zona: i Prosecco DOCG (Brut, Extra Brut, Extra Dry, più gli aziendali Vaiss, Flavé, Moscato) e i vini fermi della DOCG Colli di Conegliano — Croda Ronca, Greccio Rosso — con IGT Colli Trevigiani e il passito Faè. Una gamma di circa 15 etichette su 500.000-1.000.000 di bottiglie l'anno. La cantina tiene insieme barricaia in legno per i rossi e autoclavi in acciaio per la presa di spuma. Dal 1974 logo d'autore Renato Varese, dal 1999 mostre d'arte; nel 2026 il cortometraggio "Opera di Famiglia" per il sessantesimo anniversario.

Biondi Santi è la cantina della Tenuta Greppo a Montalcino che ha inventato il Brunello di Montalcino: l'imbottigliamento del 1888 firmato Ferruccio Biondi Santi è l'atto di nascita della categoria, e ancora oggi lo stile della Tenuta Greppo — Sangiovese in purezza, longevità, austerità, finezza — è il riferimento storico contro cui si misura ogni altro Brunello. Cinque generazioni hanno scritto questa storia: Clemente Santi (1795-1865) intuisce per primo la vocazione del Sangiovese Grosso in purezza; Ferruccio Biondi Santi (1848-1917) isola il clone BBS-11 e nel 1888 imbottiglia il primo Brunello della storia; Tancredi (1893-1970) consolida lo stile e contribuisce al disciplinare DOC poi DOCG; Franco — il "Dr. Franco" (1922-2013) — è per oltre mezzo secolo custode rigorosissimo della tradizione, senza concessioni a stili moderni né barrique; Jacopo (1947-2020) è l'ultimo discendente diretto alla Tenuta Greppo prima del passaggio. Dal dicembre 2016 la maggioranza è di EPI Group (Christopher Descours), già proprietario di Charles Heidsieck e Piper-Heidsieck. A inizio 2017 entra Federico Radi come wine director, proveniente da Isole & Olena e Tenuta Belguardo. La filosofia è continuità, non rottura: 32 ettari di Sangiovese Grosso clone BBS-11 su galestro tra 350 e 500 metri, vinificazione in cemento vetrificato con lieviti indigeni, lunghi affinamenti in botte grande di Slavonia, nessuna barrique. Le Riserve storiche (1925, 1945, 1955, 1964, 1971, 1975, 1988, 2010) sono tra i vini italiani più ricercati al mondo nelle aste internazionali.

Cadia è un'azienda agricola familiare di Roddi, nel cuore delle Langhe, a circa 5 km a sud-ovest di Alba. Prende il nome dalla collina di Cadia, storicamente l'area più vocata di Roddi per i vini di qualità, su suolo calcareo, forte e asciutto. La conduzione è familiare: alla guida Bruno, titolare ed enologo, con la moglie Mariella e il fratello Piero, tecnico di cantina. La tenuta copre 18 ettari complessivi, di cui 12 a vigneto e 6 a noccioleto di Tonda Gentile Trilobata. I vigneti corrono lungo la dorsale che dalla collina di Monvigliero a Verduno arriva al cuore di Roddi, con esposizione Sud-Est, e danno circa 90.000 bottiglie l'anno su nove tipologie. La gamma attraversa tutta la tradizione langarola, dai bianchi (Arneis, Sauvignon Abrigat, Chardonnay Avnì) ai grandi rossi da invecchiamento (Verduno Pelaverga, Barbera, Nebbiolo, Barolo Monvigliero), in un equilibrio costante tra fattori naturali e lavoro dell'uomo. Cantina membro della Strada del Barolo, propone anche esperienze enoturistiche e una grappa di Barolo.

Cantine Ceci nasce nel 1938 a Torrile, nella bassa parmense, dall'intuizione di Otello Ceci che apre una piccola osteria con annessa vinificazione di Lambrusco. La generazione successiva — Bruno e Giovanni — trasforma l'attività in un'azienda vinicola strutturata. Negli anni Novanta arriva l'idea che cambierà tutto: imbottigliare il Lambrusco premium in una bottiglia nera satinata, per dargli la stessa dignità di un grande rosso. Nasce la linea Otello, manifesto visivo di una posizione controcorrente — nessuna etichetta tradizionale, solo il nome serigrafato in nero su nero. Oggi alla guida ci sono i fratelli Alessandro e Mauro Ceci, affiancati dalla nuova generazione familiare. L'azienda esporta in oltre sessanta paesi e ha costruito la sua identità su un'idea precisa: il Lambrusco non è un vino di seconda categoria, ma un vino popolare di alta qualità che merita ricerca, packaging e narrazione di livello. La linea Otello (Otello Nero, Otello Nero di Nero, Otello Rosé) è il volto pop-premium della casa; la linea Decanter è dedicata all'hospitality e alla ristorazione; la linea Lambrusco Terre Verdiane lavora le denominazioni DOP storiche del territorio (Sorbara, Grasparossa, Salamino di Santa Croce). I vigneti si estendono nella bassa parmense, in pianura, su terreni alluvionali argilloso-limosi che danno ai Lambrusco di Maestri e Salamino struttura e colore. Il Lambrusco Maestri è il vitigno autoctono parmense con frutto e struttura, il Salamino di Santa Croce aggiunge acidità e finezza, il Marani completa il blend. Otello Nero di Nero è entrato più volte nella Wine Spectator Top 100 come miglior Lambrusco premium. Alla sede di Torrile è annessa l'Antica Trattoria di Otello, ristorante che propone la cucina parmense tradizionale come laboratorio di abbinamento.

Azienda agricola familiare dei fratelli Pozzobon sulle colline del Montello (Volpago del Montello, TV). Produzione interamente biologica certificata: Asolo Prosecco Superiore DOCG di collina e rossi del Montello, dalla Recantina autoctona ai tagli bordolesi da invecchiamento.

Cerminara è la cantina artigianale di Cirò Marina (KR), Calabria, gestita dai tre fratelli Pierpaolo, Saverio e Sergio Cerminara, che nel 2015 hanno lasciato i mestieri precedenti (ingegneria meccanica, farmacia, contabilità) per tornare nelle vigne di famiglia. Sei ettari distribuiti tra colline e pianure all'interno della DOC Cirò, sull'areale jonico settentrionale della Calabria, dove le prime viti furono piantate dal nonno circa sessant'anni fa e ampliate da padre e zio. La prima vendemmia firmata Cerminara è la 2020. La cantina aderisce alla Cirò Revolution, il collettivo di vignaioli calabresi nato in opposizione alla modifica del disciplinare Cirò Classico DOC che dal 2010 ammette uve internazionali a correzione cromatica: una scelta editoriale netta a favore del monovitigno autoctono, del colore tenue, del tannino vivace, della sapidità marina. La filosofia operativa è coerente: cura biologica della vigna senza certificazione formale, minimo interventismo in cantina, lieviti indigeni, fermentazioni spontanee, macerazioni misurate, affinamenti integrali in acciaio senza passaggi in legno. Tre vini in gamma — il Cirò Rosso DOC RCS (Gaglioppo 100%), il Cirò Rosato DOC (Gaglioppo 100%), il Calabria IGT Bianco Dune di Marinella (Pecorello + Greco Bianco) — tutti prodotti microscala (~100 casse complessive/anno). Distribuzione selezionata in enoteche specializzate italiane (Apewineboxes, Enoteca Terruli, Santa Maria Fornello Pronto, Tesori di Villa Sostaga) e negli Stati Uniti via Strade Bianche Wines.

COS è la cantina di Vittoria (RG) che ha riscritto la mappa enologica del sud-est siciliano. Nata nel 1980 dall'iniziativa di tre amici ventenni — Giambattista "Titta" Cilia, Giusto Occhipinti, Cirino "Rino" Strano — è oggi il riferimento internazionale del Cerasuolo di Vittoria e dell'uso italiano dell'anfora di terracotta. Il nome è l'acronimo dei cognomi dei tre fondatori. Biodinamica certificata, produzione naturale, vinificazione in pithos di terracotta. Nel 1980 Titta Cilia eredita dal padre Giuseppe un'antica cantina di famiglia e poco più di 3,6 ettari di vigneto ad alberello nella contrada Bastonaca, vicino Vittoria. Convince due amici universitari a vinificare l'uva insieme. Il 5 ottobre 1980 producono 1.470 bottiglie. Sono ufficialmente i più giovani vignaioli d'Italia. Negli anni Novanta studiano le anfore di terracotta; nel 2000 nasce Pithos, primo Cerasuolo di Vittoria fermentato e affinato in anfora. Nel 2005 il Cerasuolo di Vittoria diventa la prima DOCG di Sicilia. Dalla vendemmia 2007 sono anfora-only, con circa 150 pithos installati in cantina. I 40 ettari di vigneto si distribuiscono tra le contrade Bastonaca, Fontane e Vittoria, con una parcella distaccata a Marsala dedicata allo Zibibbo. Terre rosse calcareo-silicee, sabbie sub-appenniniche plioceniche, altimetria 230 metri. La gamma è strutturata su tre famiglie: Cerasuolo di Vittoria DOCG (Classico, Fontane, Bastonaca), Pithos (Rosso da Nero d'Avola, Bianco da Grecanico, Zibibbo in Pithos), mono-vitigno IGP (Frappato, Nero di Lupo, Ramì) e l'internazionale Maldafrica (Merlot/Cabernet). Slow Wine Top Wine 2024 per Pithos Rosso, Wine Enthusiast Top 100 storica. È una cantina che non rincorre niente — e proprio per questo arriva ovunque.

Domenico Clerico è una cantina di Monforte d'Alba fondata nel 1976, quando Domenico prese in mano i 4 ettari del padre Clemente e nel 1978 firmò la sua prima vendemmia con il Visadì Dolcetto. Negli anni Ottanta diventò uno dei volti dei Barolo Boys insieme a Elio Altare, Luciano Sandrone e Roberto Voerzio — il gruppo di vignaioli che portò in Langa rese basse, fermentazioni controllate e barrique francese, riscrivendo lo stile del Barolo moderno. Da quella stagione nacquero i vini che ne hanno fatto la storia: il Ciabot Mentin in Ginestra dal 1982 — dedicato al padre — il Pajana, il Percristina in Mosconi per la figlia, e dal 2006 l'Aeroplanservaj a Serralunga d'Alba. Oggi la cantina lavora 21 ettari tra Monforte e Serralunga, sotto la guida della moglie Giuliana e del team enologico diretto da Oscar Arrivabene, che porta avanti la visione del fondatore — scomparso nel luglio 2017 — affiancando alla barrique anche la botte grande in un dialogo più maturo tra modernismo e tradizione. I cru centrali restano Ginestra, Bussia, Mosconi e San Pietro; Serralunga è la più recente fuga lirica del fondatore.

Elena Fucci è una cantina-cru ai piedi del Monte Vulture, a Barile (PZ), in Basilicata. Un solo vitigno (Aglianico del Vulture), un solo vigneto (Contrada Solagna del Titolo), una sola firma editoriale dal nonno Generoso a Elena, oggi enologa-titolare. La cantina ha costruito la propria reputazione su un vino-bandiera, Titolo, premiato con i Tre Bicchieri del Gambero Rosso per diciassette annate consecutive a partire dalla 2004, e con la Chiocciola di Slow Wine 2025. Il filo storico parte dal bisnonno Salvatore e dal nonno Generoso Fucci, che negli anni Sessanta acquistò la porzione più alta della proprietà in Contrada Solagna del Titolo. I vigneti comprendono oggi alcune delle viti più anziane del comprensorio vulturino: piante che hanno superato i 70 anni di età, con un vigneto confinante documentato a oltre 150 anni. Nel 2000 la famiglia stava valutando se vendere le vigne, ma Elena Fucci si oppose e scelse di studiare viticoltura ed enologia, frequentando un percorso con Giacomo Tachis. Con il supporto del padre Salvatore firmò la prima vendemmia 2000. Dal 2004 segue da sola la cantina, senza consulenza enologica esterna. I sette ettari di vigneto sono a circa 600 metri sul livello del mare, su suoli vulcanici (pozzolana, ceneri, lapilli) del Monte Vulture, esposizione sud / sud-est. Pratiche senza prodotti chimici di sintesi, senza diserbo chimico. La filosofia produttiva è radicale: tutta la cantina ruota attorno al cru Titolo e all'Aglianico del Vulture, declinato in versioni multiple — Classico (barrique 12 mesi), by Amphora (anfora), Pink Edition (rosato da criomacerazione), Superiore Riserva, Spumante Metodo Classico rosé, Vermut artigianale — ma sono tutte declinazioni dello stesso cru, non espansione di catalogo. Produzione annua Titolo rosso: circa 28.000 bottiglie.

Vignaioli cantinieri del Canavese, a Loranzè (TO), sulle pendici dell'Anfiteatro Morenico di Ivrea. I fratelli Danilo e Stefano Marco hanno rifondato l'attività agricola di famiglia recuperando terrazzamenti e vigneti, e producono i vitigni storici della DOC Canavese — Erbaluce, Nebbiolo Picotèner e Barbera — cercando eleganza, finezza e freschezza alpina.

Gaja è la cantina di Barbaresco fondata nel 1859 da Giovanni Gaja, oggi giunta alla quinta generazione con Gaia, Rossana e Giovanni Gaja, figli di Angelo. Sono oltre 92 ettari di vigneti in Piemonte (Barbaresco e Barolo) e una produzione media intorno alle 350.000 bottiglie l'anno. La svolta storica è degli anni Sessanta: Angelo Gaja, ventunenne nel 1961, taglia le rese, vinifica i cru separatamente e introduce la barrique francese sul Nebbiolo. Tra il 1967 e il 1978 acquisisce le tre vigne che diventeranno mito critico mondiale - Sorì San Lorenzo, Sorì Tildin, Costa Russi - e tra il 1988 e il 1996 estende il gruppo a Serralunga (Sperss), La Morra (Conteisa-Cerequio), Montalcino (Pieve Santa Restituta) e Bolgheri (Ca' Marcanda). Il motto di Clotilde Rey - Fare, saper fare, saper far fare, far sapere - è oggi la dottrina industriale della famiglia: qualità, mestiere, delega, racconto, in quest'ordine. Gaja ha cambiato la grammatica con cui si parla delle Langhe nel mondo.

Halarà è il progetto collettivo di sei vignaioli amici — tra cui Francesco De Franco di 'A Vita — che hanno recuperato due ettari di alberello a Contrada Abbadessa, a Marsala. Catarratto e Parpato (uva reliquia) vinificati con filosofia naturale. « Rilassati » in greco.

Una delle ultime grandi Maison de Champagne indipendenti e familiari, a Reims, guidata dalla settima generazione. Coltiva circa 240 ettari di proprietà — due terzi del proprio fabbisogno di uve, quota rara in Champagne — ed è la realtà biodinamica più estesa della regione. Fondata nel 1776, ribattezzata Louis Roederer nel 1833, è celebre per Cristal (1876), prima cuvée di prestige della storia.

Marchesi Alfieri è una storica azienda agricola del Piemonte, con sede nel castello di San Martino Alfieri tra le colline del Monferrato astigiano, a metà strada fra Asti e Alba. Gli archivi di famiglia attestano vigne sul colle già dal 1337, mentre il feudo viene concesso agli Alfieri nel 1616 da Carlo Emanuele I di Savoia; la cantina storica in mattoni e la trasformazione barocca del complesso datano 1696, anno che la famiglia ha scelto come pietra miliare nel proprio claim. Nel 1851 il matrimonio fra Carlo Alfieri di Sostegno e Giuseppina Benso di Cavour porta in tenuta l'influenza di Camillo Benso di Cavour, che — su consiglio dell'enologo francese Louis Oudart — introduce in Piemonte il Pinot Nero proprio attraverso queste vigne. Dopo il passaggio del 1982 a Casimiro San Martino di San Germano, dal 1988 l'azienda è guidata dalle tre figlie Emanuela, Antonella e Giovanna San Martino di San Germano. Dal 1999 il direttore tecnico ed enologo è Mario Olivero, il cui arrivo coincide con i tre Tre Bicchieri consecutivi del Gambero Rosso per l'Alfiera Barbera d'Asti Superiore (1999, 2000, 2001). Oggi la tenuta conta 140 ha complessivi di cui 21 ha vitati (16 ha a Barbera, il resto fra Pinot Nero, Grignolino e Nebbiolo) per circa 100.000 bottiglie all'anno, certificata SQNPI per la produzione integrata.

Cantina di punta del Cordano Group, a Loreto Aprutino (PE), sulle colline pescaresi tra Gran Sasso e Adriatico. ~18 ettari a 307 m s.l.m. su suoli argillosi e arenaceo-marnosi, vitati a Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, Cococciola, Passerina e Pinot Grigio. Nuova cantina del 2011 firmata dall'architetto Nino Catani, enologo Vittorio Festa. Produzione fondata sui vitigni autoctoni d'Abruzzo, tra tradizione e innovazione, con una Collezione Privata affinata in anfora di terracotta.

«Conoscenza e rispetto»: due parole che la famiglia Abbona ha scelto come perno della propria filosofia produttiva. Non slogan, ma metodo. Conoscenza dei vitigni autoctoni (Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, Arneis, Moscato), delle singole vigne, delle annate. Rispetto delle peculiarità di ogni terroir e delle tradizioni di vinificazione. Il motto operativo è «coniugare tradizione ed evoluzione». L'azienda lavora i principali vitigni delle Langhe, del Roero e del Monferrato vinificando i più prestigiosi cru in purezza — Cannubi, Sarmassa, Coste di Rose. Cinque botti storiche di rovere appartenute alla Marchesa Giulia, restaurate, sono ancora oggi in uso per fare Barolo. La wine library aziendale conserva oltre 30.000 bottiglie storiche risalenti al XIX secolo — non un magazzino, ma un archivio vivente del Barolo come istituzione enologica.

I Marchesi Frescobaldi rappresentano oltre 700 anni di storia vinicola toscana, dal 1300 ai giorni nostri: 30 generazioni che hanno saputo intrecciare arte, finanza e viticoltura. La famiglia è una delle più antiche dinastie fiorentine, già protagonista della vita culturale di Firenze ai tempi di Donatello e Brunelleschi, che acquistavano regolarmente vino dalla tenuta di Nipozzano. Nel 1855 un antenato investì 1.000 fiorini per piantare in Toscana varietà allora sconosciute come Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc e Petit Verdot — visione anticipatrice che oltre un secolo dopo darà vita al Mormoreto. Oggi la famiglia coltiva circa 1.200 ettari vitati distribuiti in 9 tenute, ciascuna espressione di un terroir distintivo della Toscana: Castello Nipozzano (Chianti Rufina, castello dal 1000 d.C., cuore di Nipozzano Riserva, Montesodi e Mormoreto), Tenuta Perano (Chianti Classico), Tenuta CastelGiocondo (Brunello di Montalcino), Tenuta Castiglioni (Val di Pesa, radici familiari più antiche), Castello Pomino (viticoltura d'altitudine, Chardonnay dal 1855), Tenuta Ammiraglia (Maremma), Gorgona (vigneto sull'isola-carcere, progetto sociale unico in Italia), Rèmole (linea entry-level), Tenuta Calimaia (Vino Nobile di Montepulciano). La famiglia è inoltre proprietaria di Ornellaia-Masseto a Bolgheri e di Tenuta Luce a Montalcino, gestite con governance dedicate. La filosofia produttiva è "Cultivating Toscana Diversity": ogni tenuta è interpretata come terroir indipendente — suoli, altitudini, microclimi diversi raccontano voci distinte. Tradizione e innovazione convivono senza che il legame con il passato sia ostacolo alla ricerca enologica. Le linee icona sono Mormoreto (taglio bordolese da Nipozzano), Montesodi (Sangiovese di Rufina), Nipozzano Riserva e Vecchie Viti (Chianti Rufina), Benefizio Riserva (Chardonnay d'altitudine dal 1973 a Pomino).

Marco De Bartoli è una delle cantine più riconoscibili e influenti della Sicilia enologica contemporanea, fondata nel 1978 da Marco De Bartoli (1945-2011) nel baglio di famiglia in Contrada Samperi, alle porte di Marsala. La cantina nasce con un obiettivo radicalmente controcorrente per l'epoca: restituire al Marsala la dignità di grande vino da meditazione, recuperando la tradizione del perpetuo — il metodo solera siciliano caduto in disuso quando il Marsala industriale aveva ridotto la denominazione a vino da cucina. Da quell'intuizione nasce nel 1980 il Vecchio Samperi, vino perpetuo non fortificato, oggi simbolo del recupero della grande tradizione marsalese e benchmark riconosciuto a livello internazionale. Marco De Bartoli ha portato la stessa filosofia anche a Pantelleria, dove nel 1984 acquisisce la tenuta in Contrada Bukkuram. Nel 1989 vinifica il primo Zibibbo secco della storia di Pantelleria — un gesto pionieristico che ha aperto la strada all'intera filiera contemporanea dell'isola. Dopo la sua scomparsa nel 2011 la cantina è guidata dai figli Renato (enologo), Sebastiano e Giuseppina, che hanno raccolto il lavoro del padre con la stessa intransigenza qualitativa. La filosofia è semplice e radicale: solo vitigni autoctoni siciliani (Grillo a Marsala, Zibibbo a Pantelleria), minimo intervento in vigna e cantina, lieviti indigeni, solforosa ridotta al minimo, zero diserbi. A Pantelleria gli alberelli pantesci sono iscritti dall'UNESCO nel Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. Riconoscimenti recenti: Gemma 2025 AIS per Vecchio Samperi, 97/100 Wine Advocate per Padre della Vigna 2021, Top 10 Sweet Wines italiani 2025 per Bukkuram da Decanter.

Michele Chiarlo nasce nel 1956 a Calamandrana, nel cuore dell'Astigiano, dal sogno del giovane enologo Michele — figlio del contadino Pietro di Bubbio — di valorizzare le uve autoctone piemontesi attraverso una selezione rigorosa dei cru. In sessant'anni l'azienda è diventata sinonimo della nuova Barbera d'Asti e dei grandi cru di Barolo, Barbaresco, Nizza e Gavi: 110 ettari vitati, oltre un milione di bottiglie l'anno, il 78% in export, ma sempre dichiaratamente '100% Piemonte'. La filosofia produttiva ruota attorno a tre cardini: selezione dei cru storici (Cerequio, Cannubi, Asili, La Court, Montemareto, Rovereto), viticoltura di precisione con sostenibilità integrata, e vinificazioni fedeli al vitigno. Dal 2013 tutti i Grand Cru sono certificati VIVA Sustainable Wine, con la cantina di Calamandrana trasformata in modello di Green Experience: facciata vegetale dal 2016, fotovoltaico dal 2024, zero erbicidi da sempre. Nel 2003 Michele Chiarlo apre l'Art Park La Court a Castelnuovo Calcea, primo esempio italiano di land art permanente fra i filari. Oggi guidata dalla seconda generazione, Chiarlo è una presenza fissa nei Tre Bicchieri Gambero Rosso (12 volte con il Cerequio Barolo, l'ultima nella Guida 2026) e nelle migliori guide internazionali.

Frantoio oleario e azienda vinicola di famiglia nella piana di Fasano, a Pezze di Greco (BR). Tra olio extravergine e vino, Monsignore valorizza i vitigni autoctoni pugliesi — Susumaniello, Verdeca, Negroamaro, Primitivo — con uno stile fresco e contemporaneo, dal Salento alla Valle d'Itria.

Monte di Grazia è una microazienda biologica di Tramonti, sottozona collinare interna della Costa d'Amalfi, nata nel 1993 dalla passione di Alfonso Arpino — medico pediatra di professione, viticoltore per vocazione familiare. Il nome viene dal vigneto omonimo situato in prossimità del Valico di Chiunzi, da cui si traguarda la piana di Sarno da un lato e la costiera dall'altro. Dal 1997 l'azienda è certificata biologica e tale è rimasta senza esibizione, perché qui il biologico non è posizionamento di mercato ma condizione naturale del lavorare 2,5 ettari di terrazzamenti a pergola tramontina su quota 450 metri. I cinque vigneti — Monte di Grazia, Casina, Madonna del Carmine, Vignarella, Casa di Mario — sono frammentati nel territorio di Tramonti, esposti a tutti e quattro i punti cardinali, su suoli di matrice vulcanica con presenza di lapillo, turece (tufo locale degradato) e argilla. Si lavora con varietà autoctone della Costa d'Amalfi che non si trovano altrove al mondo: per i rossi Tintore, Moscio e Piedirosso; per i bianchi Pepella, Biancatenera e Ginestra. Quasi tutte le viti sono a piedefranco (non innestate su portinnesto americano post-fillossera), con età che vanno da venti anni fino a oltre il secolo. La pergola tramontina è di origine etrusco-romana: pali di castagno locale scortecciati a mano, sostegni alti due metri abbondanti, densità bassa (2.000 piante per ettaro) e resa contenuta a 2 kg per pianta. Tutto si fa a mano, vendemmia inclusa. In cantina solo lieviti indigeni, niente correzioni enologiche, maturazioni lunghe in acciaio e per alcune annate in botte grande di castagno locale. La produzione totale è di circa 7.000 bottiglie annue divise tra Bianco, Rosato e Rosso. Distribuzione internazionale (USA, Giappone, Europa) attraverso importatori specializzati in vini naturali. Consulenza enologica di Gerardo Vernazzaro (Cantine Astroni), unico esterno che entra in azienda.

Monteleone non è una "azienda di famiglia": è una famiglia che ha scelto il vino come forma di vita. Il progetto nasce ufficialmente nel luglio 2017, quando Giulia Monteleone (classe 1989), suo padre Enrico e il compagno Benedetto Alessandro — enologo di mestiere — acquistano un vecchio vigneto di circa due ettari sull'Etna Nord, in Contrada Cuba, a meno di 500 metri di quota, a una trentina di metri dalla Cuba di Santa Domenica, raro gioiello bizantino del IX secolo da cui prende il nome il vino bandiera. La filosofia è dichiarata fin dal primo sorso: un'etichetta, un vigneto. Vinificare separatamente ogni lotto significa per Monteleone rivendicare la "territorialità" come tratto comune del produttore, evitando assemblaggi che diluirebbero le differenze tra contrade e versanti del vulcano. I vigneti si distribuiscono su due versanti e tre contrade: Contrada Cuba a Castiglione di Sicilia (Etna Nord, 500m, con alberello etneo del 1935 oltre alla controspalliera del 1970), Contrada Pontale Palino (Etna Nord, 700m, con 3.000 mq di pre-fillossera ad alberello su piede franco — patrimonio genetico raro), e Sant'Alfio (Etna Est, 900m, Carricante a controspalliera, segnato dall'influenza dello Ionio). In cantina, fermentazioni in tini conici di acciaio e piccoli mastelli, follature manuali, lieviti selezionati per la fermentazione alcolica e indigeni per la malolattica. Maturazione da 12 a 24 mesi in tonneaux di rovere francese da 500 e 700 litri scelti personalmente per garantire tostature gentili. Bianchi tesi e salini sulle sabbie minerali del versante Est, rossi finissimi e di trama leggera sulle sabbie nere del versante Nord, mai legno sovrapposto alla materia.

Paternoster è una delle cantine storiche del Vulture e tra i nomi più rappresentativi del Sud Italia. Fondata nel 1925 a Barile (PZ), in Basilicata, ha avuto un ruolo pionieristico nel portare l'Aglianico del Vulture sulle tavole italiane e internazionali. Oggi fa parte di Tommasi Family Estates (gruppo veronese della Valpolicella) dal 2016, ma la conduzione enologica resta in famiglia con Fabio Mecca Paternoster, quarta generazione e attuale enologo. La tenuta è in Contrada Valle del Titolo, sulle pendici del Monte Vulture, vulcano spento da circa 130.000 anni i cui suoli — di origine lavico-vulcanica, ricchi di minerali, drenanti — definiscono lo stile dei vini Paternoster. I vigneti si distribuiscono tra 450 e 600 metri sul livello del mare, con punte oltre i 600 metri per i cru storici come quelli destinati a Don Anselmo e Barone Rotondo. L'escursione termica giorno-notte e la matrice vulcanica sono le due chiavi del profilo gusto-olfattivo: acidità nervosa, tannino di razza, mineralità ferrosa. Cento anni di tappe: 1925 Anselmo Paternoster imbottiglia le prime bottiglie di Aglianico; 1945 il figlio Giuseppe "Pino" Paternoster diventa primo enologo del territorio e ambasciatore del vitigno; 1971 Pino è tra i protagonisti della creazione della DOC; anni 2000 la terza generazione con Vito abbandona il rovere di castagno e passa al rovere di Slavonia, consacrando Don Anselmo dal 2000; 2025 la cantina celebra il centenario e presenta il nuovo Barone Rotondo. La cifra stilistica è classica: macerazioni medio-lunghe, uso disciplinato del legno grande di Slavonia (e in parte barrique) per addomesticare il tannino orgoglioso dell'Aglianico senza ricoprirlo. L'obiettivo è armonia ed equilibrio, non estrazione.

Ciro Picariello è uno dei nomi di riferimento del Fiano di Avellino contemporaneo. La cantina nasce nel 2004 a Summonte (AV), piccolo borgo d'alta collina ai piedi del Partenio, quando Ciro — agronomo ed enologo — decide di smettere di vendere le uve e iniziare a imbottigliare in proprio. Vent'anni dopo, la sua firma è diventata uno standard interpretativo del vitigno: vini bianchi tesi, salini, di lunga vita, capaci di raccontare con precisione le altitudini estreme dell'Irpinia. I vigneti si distribuiscono tra Summonte (4 ettari di Fiano a 600-720 metri, esposizione nord-est, suoli sabbioso-argillosi su tufo) e Montefredane (3 ettari a 500 metri, marne argilloso-sabbiose). Entrambi sono oggi considerati grand cru della DOCG Fiano di Avellino, e Ciro è stato pioniere della viticoltura di Summonte, area che prima del suo lavoro non era nemmeno riconosciuta come zona vocata. A Montemarano c'è invece la parcella per l'Aglianico Zì Filicella, viti di circa 80 anni a tendone avellinese. La conduzione resta familiare: Ciro, la moglie Rita Guerriero, i figli Emma e Bruno. In cantina, dal 2005, solo lieviti indigeni, pressature soffici, fermentazioni lentissime in acciaio, solforosa minima, nessuna chiarificazione né filtrazione invasiva. Tre Bicchieri Gambero Rosso 2025 per il Ciro 906, Chiocciola Slow Wine 2024 alla cantina: i riconoscimenti raccontano una coerenza ventennale.

Maison de Champagne fondata a Reims nel 1785 da Florens-Louis Heidsieck. Stile solare e fruttato, spina dorsale di Pinot Noir e lunghi affinamenti sui lieviti. Dal 2011 nel gruppo EPI (famiglia Descours); chef de cave Émilien Boutillat dal 2018. Certificata B-Corp dal 2022. Storico Champagne ufficiale del Festival di Cannes.

La filosofia di Planeta è territoriale prima che enologica: una cantina, sei tenute, sei territori siciliani. Eredità di Diego Planeta, la logica fondativa è che la Sicilia non è un luogo unico ma un mosaico di micro-isole enologiche — Sambuca, Menfi, Vittoria, Noto, Etna, Capo Milazzo — ciascuna con vitigni, suoli e microclimi propri. Non si fa un "vino siciliano" generico: si fa il vino di Ulmo, di Dispensa, di Dorilli, di Buonivini, di Sciara Nuova, di La Baronia. Alessio Planeta — Wine Star Award di Wine Enthusiast come miglior enologo del mondo — preferisce definirsi agricoltore: oltre alle vigne si coltivano oliveti, mandorleti, cereali e si tengono alveari. La cantina è tra i fondatori di SOStain Sicilia (2011) e certificata SOStain dal 2014; dal 2021 l'intera superficie coltivata è in regime biologico. Il programma Planeta Terra articola questa scelta come visione: agricoltura come veicolo di sostenibilità.

Poderi Colla è la cantina familiare di Tino e Federica Colla, fondata nel 1994 ad Alba con sede a Cascine Drago, frazione San Rocco Seno d'Elvio. La storia vitivinicola della famiglia Colla in Langa è però documentata dal 1703: oltre tre secoli di radicamento sul territorio. Beppe Colla — fratello di Tino e padre di Federica, scomparso nel 2019 — è stato una figura cardine dell'enologia albese, pioniere della vinificazione separata per singolo cru già dal 1961 e tra i primi a indicare il nome del vigneto in etichetta. L'azienda comprende quattro tenute per 28 ettari complessivi nelle Langhe a sud del Tanaro, fra 210 e 400 metri s.l.m., su Marne di Sant'Agata fossili: Cascine Drago (sede, Nebbiolo d'Alba, Bricco del Drago, Pinot Nero, Riesling), Tenuta Roncaglia a Barbaresco (Barbaresco DOCG e Riserva Beppe Colla), Dardi Le Rose a Bussia di Monforte (Barolo) più una quarta dedicata principalmente all'Alta Langa Pietro Colla. La filosofia produttiva è dichiarata in quattro valori — pazienza, istinto, una vigna un vino, vini umani — e in un approccio non interventista che rifiuta etichette ed eccessi di certificazione pur aderendo al sistema SQNPI.

Porta del Vento è la piccola azienda agricola di Marco Sferlazzo a Camporeale (PA), in Sicilia, fondata nel 2005 a circa 550-600 metri di altitudine su suoli sabbiosi posati su una crosta di arenaria. Il nome racconta da solo il luogo: una vallata interna a sud-ovest di Palermo dove il vento non smette mai, fatta di forti escursioni termiche e di una luce che asciuga le uve senza bruciarle — condizioni che hanno indirizzato fin dall'inizio il progetto verso vini di tensione, agilità e durata, lontani dall'idea di Sicilia opulenta che il marketing ha sedimentato per decenni. L'area di riferimento è quella delle denominazioni Alcamo DOC e Monreale DOC, ma i vini escono per scelta come IGT Terre Siciliane: una scelta coerente con una cantina che non cerca la cornice del disciplinare ma la voce del territorio. La conduzione è in agricoltura biologica con preparati biodinamici fin dall'inizio, su 7-8 ettari complessivi di cui 5-6 a vigneto, tutti a vitigni autoctoni siciliani: Catarratto, Grillo, Nerello Mascalese, Nero d'Avola, Perricone, Trebbiano siciliano. In cantina coerenza radicale: fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, nessuna correzione, nessun additivo enologico, niente chiarifiche, niente filtrazioni, minime quantità di solforosa. Il Catarratto è il vitigno totem della casa, declinato in versione classica e macerata (Saharay). La gamma copre con coerenza tutti i registri della cantina naturale: bianchi fermi, bianchi sulle bucce, rosati di Perricone, rossi di territorio (Ishac, Nero d'Avola in purezza), affinamenti in anfora (Arcai), spumanti ancestrali e pet-nat orange (Voria Orange).

Maison de Champagne dedicata a cuvée millesimate di prestigio. Nata come cuvée "Rare" di Piper-Heidsieck (debutto col millesimato 1976), è marchio autonomo dal 2018. Stile cesellato su lunghi affinamenti sui lieviti, finezza e mineralità. Firma storica dello chef de cave Régis Camus.

Renato Ratti nasce nel 1965, quando Renato Ratti — enologo formato in Brasile e tornato in Langa con uno sguardo internazionale — fonda la cantina nei locali dell'Abbazia dell'Annunziata di La Morra, ex monastero benedettino di origine duecentesca affacciato sui crinali del Barolo. La svolta non è solo enologica ma cartografica: nel 1976 Renato pubblica la "Carta del Barolo e dei vini a base Nebbiolo del Comune di La Morra", prima mappa cartografica dei cru della denominazione e documento fondante della cultura del cru in Langa, riconosciuta come precursore della classificazione MGA del Barolo DOCG ufficializzata nel 2010. Alla sua scomparsa nel 1988 il figlio Pietro raccoglie l'eredità e prosegue una linea modernista temperata dalla cultura del cru: fermentazioni controllate in acciaio, macerazioni di durata media, affinamenti prevalentemente in botte grande di rovere di Slavonia, niente concessioni al legno di moda. Circa 35 ettari distribuiti fra La Morra (Marcenasco, Rocche dell'Annunziata), Serralunga d'Alba (Conca), Monforte d'Alba e Monteu Roero (Ochetti) producono attorno alle 350.000 bottiglie l'anno, esportate in oltre sessanta Paesi. Pietro Ratti presiede dal 2014 il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani; la cantina è oggi una delle case di riferimento per leggere il Barolo cru per cru.

Sella & Mosca nasce nel 1899 come operazione pionieristica: due piemontesi, l'ingegnere Erminio Sella e l'avvocato Edgardo Mosca, bonificano i terreni de I Piani ad Alghero, rimuovendo a mano migliaia di massi per trasformare il pascolo in vigneto. Centoventisei anni dopo, il principio resta: domare un territorio mediterraneo per esprimerlo in bottiglia. La cantina lavora su tre denominazioni distinte — Alghero, Carignano del Sulcis a Giba, Vermentino di Gallura a Berchideddu — riconoscendo che ogni microarea risponde diversamente. Dal 2016, con il passaggio al Gruppo Terra Moretti guidato da Francesca Moretti, è iniziata una fase di valorizzazione del patrimonio varietale autoctono: il Torbato, salvato dall'estinzione negli anni '80, è oggi praticamente esclusivo dell'azienda. Sul fronte tecnico, un dream-team riunisce Vezzola, Caviola e Simonit & Sirch. Coesistono produzione di scala e progetti di nicchia come la Linea Marras con lo stilista Antonio Marras.

Masseria Spaccafico è la linea di vini di territorio firmata dalla Cantina Paolo Leo di San Donaci (BR), nel cuore del Salento — quella zona di Brindisi dove l'Adriatico e lo Ionio mandano brezze opposte sulla stessa pianura calcareo-tufacea. Dietro il brand c'è una storia di cinque generazioni: il capostipite Antonio Leo cominciò a vinificare ai primi del Novecento alla Masseria Monticello, e da quei venti ettari storici è cresciuta una realtà che oggi imbottiglia circa due milioni di bottiglie all'anno tra due cantine (San Donaci nel Salice Salentino DOC e Monteparano alle porte del Primitivo di Manduria). La gamma Spaccafico è un omaggio sistematico ai vitigni autoctoni pugliesi — Negroamaro, Primitivo, Nero di Troia, Malvasia Nera — con etichette battezzate dai nomi di piccoli uccelli della fauna locale: Balia Nera, Piro Piro, Spioncello, Pettorosa, Passera Scopaiola. Vinificazioni semplici, prevalentemente in acciaio, affinamenti brevi senza l'uso del legno per la maggior parte delle bottiglie. La filosofia dichiarata è l'accessibilità qualitativa: vini fatti per essere bevuti, non collezionati, con un rapporto qualità-prezzo che li tiene saldamente nella fascia entry-level del territorio. È il volto democratico del Salento, dietro cui sta il know-how di una cantina con cinque generazioni di esperienza.

Tenuta Talamonti nasce nel 2001 a Loreto Aprutino (PE), sulle colline aprutine ai piedi del Gran Sasso, dall'impegno della famiglia Di Tonno (Antonella Di Tonno e Rodrigo Redmont alla guida; Paolo Benassi enologo). L'azienda lavora 45 ettari su un altopiano di argilla calcarea a 300 m s.l.m., dove il microclima è il risultato dell'incontro tra mitigazione adriatica e ventilazione appenninica — con il Massiccio della Maiella e il Ghiacciaio del Calderone (il più meridionale d'Europa) a chiudere lo scenario a sud. La gamma è costruita sulle varietà identitarie della regione: Montepulciano d'Abruzzo (Modà, Tre Saggi Riserva, Kudos, Rosé Cerasuolo), Trebbiano d'Abruzzo (Trebì, Aternum Riserva) e Pecorino (Trabocchetto), quest'ultimo reintrodotto in via sperimentale dal 2004. Lo stile è riconoscibile: vinificazioni in acciaio inox a temperatura controllata, maturazioni in legno calibrate per non coprire il varietale, ricerca costante di un equilibrio tra concentrazione del frutto, struttura tannica e bevibilità. Talamonti è stata fra le prime aziende familiari italiane del vino ad avviare (dal 2007) un percorso di certificazioni internazionali: oggi vanta BRCGS, IFS, SQNPI, certificazione Vegan, CO2 compensata ed energia rinnovabile. Sul fronte premi, il Rosé 2025 (Cerasuolo d'Abruzzo DOC) ha conquistato il Grand Or al Concours Mondial de Bruxelles e il Trofeo Vinolok come Rivelazione Internazionale Vini Rosati. Il Modà, Montepulciano d'Abruzzo DOC della casa, è citato con regolarità da Wine Spectator, Wine Enthusiast e Robert Parker e ha collezionato Due Bicchieri "Best Buy" sul Gambero Rosso dal 2003 con continuità sorprendente.

Tenuta Bellafonte è una cantina di Bevagna (PG), frazione Torre del Colle, nel cuore della denominazione Montefalco in Umbria, fondata nel 2007 da Peter Heilbron — milanese di cognome tedesco, laureato in agronomia, ex top management di multinazionali del food & beverage (Nestlé, Perugina, Martini & Rossi, Heineken) che a metà degli anni 2000 ha lasciato la carriera corporate per dedicarsi al vino. L'etimologia del nome è italianizzazione del tedesco Heil (benessere) + Bron (fonte), gioco linguistico voluto dal fondatore. Il modello dichiarato di ispirazione è Gianfranco Soldera di Case Basse, per la cura maniacale del vigneto e l'eleganza estrattiva. Venti ettari di tenuta complessivi, di cui circa otto vitati a 300 metri sul livello del mare, su suoli argillosi alternati a marne e arenarie tipiche della zona — Sagrantino piantato a fine anni Novanta, Trebbiano Spoletino impiantato nel 2014. Il principio guida è chiaro: produrre un Sagrantino il più sottile, elegante, armonico e complesso possibile, valorizzandone la longevità senza rinunciare ai tratti distintivi di robustezza e tannicità. In parallelo una visione "ribaltata" sul Montefalco Rosso, pensato non come vino di secondo piano ma come vino trainante, capace di portare nuovi lettori verso il Sagrantino. In vigna: concime organico, sfogliatura e potatura manuali, inerbimento permanente, Guyot (no cordone speronato — "chiude alcuni vasi, non va bene"), 5.000 ceppi/ha, resa controllata a 50 quintali/ettaro, vendemmia mai tardiva per cercare freschezza e tannino "pettinato". In cantina: fermentazione spontanea con lieviti indigeni, malolattica naturale, maturazione in botti grandi di rovere di Slavonia non tostate, vini non filtrati. La cantina è completamente interrata, fotovoltaica e a biomassa: energeticamente autosufficiente. Gamma: Pomontino (Montefalco Rosso), Collenottolo (Sagrantino apicale), Sperella e Arnèto (Trebbiano Spoletino), Maestà Quattro Chiavi.