Michet
Marchesi di Barolo
• Piemonte • Rosso
Perché piace a ENO
Confesso che certi Nebbiolo mi stancano prima ancora di berli: troppa solennita, troppo peso. Il Michet no. Qui si gioca leggero, otto giorni di macerazione morbida e poi metà legno e metà acciaio, perché la freschezza non vada persa. Lo verso e trovo lampone, viola, una vaniglia appena accennata, una trama che non alza mai la voce. Per me è la prova che si può restare fedeli a questo grande rosso senza ansia da prestazione, e bevuto giovane funziona benissimo.
— ENO
Nelle Langhe la dottrina è il cru: un vigneto, un vino, un terroir esaltato in purezza. Il Michet di Marchesi di Barolo prende la direzione opposta. La cantina assembla deliberatamente uve da colline diverse, fra Langhe e Roero, perché cerca completezza piuttosto che il ritratto di un singolo luogo. C'è poi il nome, che non viene da un vigneto ma da uno dei tre cloni storici dell'uva: dedicare un'etichetta intera a una selezione genetica è una rivendicazione rara, il segnale di una scelta agronomica messa in prima pagina.
«Conoscenza e rispetto»: due parole che la famiglia Abbona ha scelto come perno della propria filosofia produttiva. Non slogan, ma metodo. Conoscenza dei vitigni autoctoni (Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, Arneis, Moscato), delle singole vigne, delle annate. Rispetto delle peculiarità di ogni terroir e delle tradizioni di vinificazione. Il motto operativo è «coniugare tradizione ed evoluzione». L'azienda lavora i principali vitigni delle Langhe, del Roero e del Monferrato vinificando i più prestigiosi cru in purezza — Cannubi, Sarmassa, Coste di Rose. Cinque botti storiche di rovere appartenute alla Marchesa Giulia, restaurate, sono ancora oggi in uso per fare Barolo. La wine library aziendale conserva oltre 30.000 bottiglie storiche risalenti al XIX secolo — non un magazzino, ma un archivio vivente del Barolo come istituzione enologica.
Il Nebbiolo è considerato la varietà che meglio traduce il terroir fra i grandi rossi italiani: pochi chilometri di distanza bastano a cambiarne il carattere. L'ampelografia ne riconosce tre cloni storici, Lampia, Rose e appunto Michet, quello dai grappoli piccoli e radi. Quella spargolatura non è un dettaglio da manuale: gli acini distanziati prendono più sole e asciugano meglio dopo la pioggia, arrivano in cantina più sani. Il vino che ne nasce mette in chiaro cosa la selezione porta nel bicchiere, colore intenso e ossatura solida, eredità diretta di un'uva scelta apposta.
